«Ogni epoca adotta gli strumenti più innovativi disponibili, e con essi ridefinisce il concetto di creazione artistica» sostiene Francesco D’Isa, sottolineando come siamo abituati da anni a usare tecnologie che facilitano la produzione di opere. Il pennello, l’obiettivo della macchina fotografica e l’Ai hanno in comune l’essere co-autori delle opere stesse, pertanto l’intelligenza generativa ha solo bisogno di tempo per diventare “normale” ed essere accettata. Filosofo e artista, professore e autore di libri, dirige la rivista L’Indiscreto “che parla di cose difficili in modo semplice». Una dote che, certamente, gli appartiene.
Francesco D’Isa sarà relatore, insieme a Matteo Subet e Antonella Autuori del talk Chi ha paura dell’AI? il 10 aprile alle 19.00, una tavola rotonda parte del panel di discussioni di Lumen.
Come ti sei avvicinato alle nuove tecnologie e all’AI, come filosofo e come artista?
«Mi sono avvicinato al mondo dell’AI in modo piuttosto naturale. Lavoravo già con i media digitali da diversi anni e, da filosofo, ero interessato all’intelligenza artificiale come campo di studio sin dai miei primi approfondimenti teorici. Parallelamente, come artista, tenevo d’occhio queste tecnologie già dal 2017 e ho cominciato a sperimentarle attivamente dal 2020. Entrare nel “boom” attuale è stato quindi il passo successivo di un percorso che univa già filosofia e immagini: del resto, queste nuove AI generative coniugano alla perfezione la sfera del linguaggio (cioè le parole) con la creazione visiva, che sono due ambiti a cui mi sono sempre dedicato».

L’AI è qualcosa che appartiene al presente ma, almeno nell’immaginario comune, ci trasporta velocemente nel futuro, per sua natura ignoto e incontrollabile. È anche per questo che “ci fa paura”?
«Credo che la paura nasca quando c’è qualcosa di consolidato da difendere: spesso le reazioni più forti, infatti, provengono da professionisti già affermati o da persone di età più avanzata, che sentono minacciato lo status quo. Ogni novità tecnologica è una “catastrofe” nel senso etimologico del termine (dal greco καταστροφή, “capovolgimento”): un cambiamento profondo che può distruggere equilibri esistenti e aprire nuovi scenari. Questo genera quello che Kirsten Drotner ha definito “media panic”, ovvero la paura ricorrente che un nuovo medium—dalla stampa all’AI—possa mettere a rischio i valori e i modelli culturali di una società. La verità è che forse nessuno è mai davvero pronto davanti a una rivoluzione come quella dell’AI, ma chi si lascia guidare dalla curiosità invece che dalla paura ha un vantaggio: può esplorare queste tecnologie con mente aperta, trasformandole in opportunità di crescita personale e professionale».

Entrando nel campo dell’arte nata attraverso l’intelligenza generativa la domanda più immediata, per quanto banale, è: qual è il ruolo dell’artista? Chi è l’autore, la macchina o l’uomo?
«Ogni strumento che adottiamo ha sempre avuto una sua forma di “co-autorialità”: anche la fotografia, per esempio, porta con sé una sorta di “programma” o impronta che non dipende soltanto dal fotografo ma anche dalla natura tecnica e culturale dell’apparecchio, come sottolineato da Vilém Flusser in Per una filosofia della fotografia. Siamo abituati a questa collaborazione silenziosa e la viviamo come naturale: l’uso di pennelli, obiettivi o software di fotoritocco da tempo arricchisce e indirizza il nostro modo di fare arte. Quando parliamo di opera realizzata con l’AI generativa (ad esempio tramite un software text-to-image), il lavoro dell’artista non scompare. Il processo creativo rafforza il suo aspetto relazionale: in primo luogo, l’artista formula i prompt e affina il dialogo con il modello, sapendo che certe parole funzionano da “attrattori semantici” e orientano la creazione visiva. Poi, dal ventaglio di immagini prodotte, seleziona, modifica e cuce insieme i risultati in modo da costruire uno stile e un significato coerenti, questo al netto dei tantissimi parametri ormai a disposizione in questi software che vanno ben al di là del prompting. Spesso la macchina fornisce suggestioni imprevedibili, ma è l’essere umano a dare direzione, coesione narrativa e valenza emotiva. La questione dell’autore, quindi, non va intesa come “o l’uomo o la macchina”, ma come una collaborazione – e questo vale sempre, perché ogni opera nasce da una rete di agentività, non necessariamente umane o contemporanee, e senza dubbio non tutte parte della limitata volontà di chi etichettiamo come “autore”. Questa forma di co-autorialità non toglie nulla alla creatività umana e da tempo siamo usiamo strumenti che automatizzano i compiti più ripetitivi del fare creativo. Oggi ne abbiamo uno in più».

Riconosciamo come arte e attribuiamo a un artista opere che non sono fatte manualmente da quella persona. Penso ad esempio alle serigrafie in serie di Andy Warhol, agli squali di Damien Hirst, alle sculture in bronzo colate a bottega partendo da semplici bozzetti. Perché dunque siamo così legati alla “sacralità del lavoro manuale” solo quando entra in gioco l’AI?
«L’abilità manuale si è separata dal fare artistico da moltissimo tempo. Una volta, un critico mi ha scritto che un genio come Bernini si sarebbe scandalizzato nel vedere usare questi “automatismi” o tecnologie al posto della sua mano; eppure, Bernini sfruttava la tecnologia più avanzata dell’epoca e spesso demandava gran parte del lavoro a uno stuolo di assistenti, che portavano a termine la sua visione sotto la sua supervisione. Ogni epoca, in fondo, adotta gli strumenti più innovativi disponibili, e con essi ridefinisce il concetto di creazione artistica. Quello che più amo dell’arte è che per ogni definizione che si cerca di darne esiste o esisterà un’opera d’arte che la falsifica. La definizione più calzante mi pare coincidere con questa identità fluida. Il termine “intelligenza artificiale” venne coniato attorno al 1956, in occasione del cosiddetto “Dartmouth Workshop”, quando scienziati come John McCarthy, Marvin Minsky e altri diedero avvio a questo nuovo campo di ricerca.

In realtà, fu una scelta lessicale che col tempo ha contribuito all’equivoco: fa pensare a una volontà autonoma, quando si tratta perlopiù di simulazioni di processi mentali basate su algoritmi e calcoli. Un termine come “cibernetica” introdotto da Norbert Wiener qualche anno prima, avrebbe forse reso meglio l’idea di un sistema che governa o regola processi, senza necessariamente avere una volontà autonoma. Alcuni tradizionalisti (in particolare nel mondo del fumetto) restano legati a una visione “muscolare” dell’opera d’arte, dove la componente manuale e il sacrificio sembrano condizioni imprescindibili per la sua autenticità. Ma la storia dell’arte ci insegna che, se è vero che l’abilità manuale può dare frutti straordinari, non è né sufficiente né necessaria per fare arte. Ciò che conta davvero è l’idea, l’immaginazione e la capacità di orchestrare i mezzi a disposizione, vecchi o nuovi che siano, per dare forma a un’opera significativa».