Cover foto: Scansione digitale, replica e ologramma in scala reale del Sarcofago degli Sposi, un progetto a cura di VisitLab Cineca, 2014
Umanista di formazione, si è avvicinata alle nuove tecnologie in maniera naturale e, oggi, AI, software open source e realizzazioni grafiche sono per lei pane quotidiano. Maria Chiara Liguori lavora per Cineca e si occupa prevalentemente di progetti legati alla valorizzazione di contenuti culturali mediante soluzioni informatiche.
Maria Chiara Liguori parlerà della sua esperienza e di alcune applicazioni pratiche dell’AI durante l’evento Lumen, nel talk Architetture digitali per utenti postumani in programma il 10 aprile alle 18.00. Le registrazioni sono ora aperte.
Di cosa si occupa Cineca?
«Cineca, tra i principali centri di HPC al mondo, fornisce soluzioni digitali avanzate per università, ricerca e pubblica amministrazione. Nel laboratorio di visualizzazione grafica, in cui opero, ci occupiamo di visualizzazione appunto, sia di tipo scientifico che applicata ai beni culturali. Visualizzazione significa ovviamente computer grafica, VR, realtà aumentata, ma non solo. In questo periodo stiamo facendo scouting tecnologico per individuare soluzioni AI open source da inserire in un processo per analizzare e arricchire con informazioni i contenuti culturali.

Uno di questi progetti è legato alla trascrizione automatica di testo manoscritto. Un patrimonio immenso, composto da lettere e altri documenti di epoche passate, è conservato negli archivi italiani. Il processo di trascrizione completa agevolerebbe il lavoro degli studiosi. I documenti, una volta digitalizzati e trascritti, possono essere analizzati facilmente ed in breve tempo, consentendo ricerche tematiche e rapide interrogazioni. Nello specifico, come caso di studio stiamo usando il corpus delle lettere di Isabella d’Este, in gran parte conservato presso l’Archivio di Stato di Mantova e digitalizzato grazie al progetto IDEA dell’Università della California – Irvine».

Qual è la sua storia professionale, il suo percorso post-lauream che l’ha portata oggi a lavorare con le nuove tecnologie?
«Mi sono laureata in scienze politiche, poi ho preso una laurea in storia contemporanea. A partire da una visita a un museo della vita quotidiana in Gran Bretagna ho maturato l’idea che nel nostro Paese avremmo potuto realizzarne uno in forma digitale. Nel tempo e grazie ad alcuni finanziamenti sono riuscita, a partire dall’ormai lontano 2000, a dare vita al Museo Virtuale della Vita Quotidiana con la ricostruzione di tre ambientazioni domestiche degli anni ’30, ’50 e ’80 del Novecento. In seguito, ho conseguito un PhD in Storia e informatica, con l’idea di trovare il modo di utilizzare le soluzioni tecnologiche per raccontare la storia. Con Cineca il primo contatto è stato proprio durante la realizzazione del Museo Virtuale; abbiamo iniziato un percorso di collaborazione e poi sono diventata dipendente. In questo passaggio ho dovuto cambiare il mio modo di pensare, perché inizialmente con la mia forma mentis faticavo a capire le persone con un background scientifico, e loro non capivano me. Col tempo tutto è diventato naturale e ora pensieri e flussi sono fluidi».

Virtuale e reale: come convivono nei musei? Oltre alle ricostruzioni immersive c’è di più?
«Le soluzioni sono tantissime, l’importante è ascoltarsi. Chi sviluppa le soluzioni tecnologiche deve capire le necessità dei curatori, dei ricercatori, delle “persone di museo” e lavorare assieme. Quando, ormai diversi anni fa, iniziavano a diffondersi queste realizzazioni, c’erano diverse criticità. Da un lato la ricerca estrema di una filologia precisa, che impediva alle realizzazioni di catturare il grande pubblico, dall’altro tecnici in grado di trovare soluzioni spettacolari che però non avevano alcuna base storica e non valorizzavano realmente i beni. Oggi queste due esigenze hanno trovato un equilibrio e si lavora molto bene. La tecnologia offre infinite possibilità. Tornando a Isabella d’Este, stiamo realizzando una ricostruzione del suo studiolo, che ancora esiste ma è stato spogliato della grande collezione artistica e antiquaria; l’ambiente virtuale viene via via riempito con oggetti che ora sono sparsi per il mondo, ma sappiamo provenire da quel luogo. Da questo primo step può nascere un database, utile alla ricerca, e magari un ambiente VR navigabile. Un altro esempio interessante è il lavoro fatto con il Sarcofago degli Sposi (sarcofago etrusco in terracotta che risale al VI secolo e che ritrae una coppia sdraiata su un triclinio durante un banchetto N.d.R.) nel 2014. Si tratta di un manufatto che non può essere spostato dalla sua sede espositiva, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. La Fondazione Bruno Kessler realizzò un rilievo in fotogrammetria, il CNR una scansione laser. Questi dati furono usati per fare una “fotografia” dello stato di conservazione dell’oggetto, Giugiaro ne fece una copia fedele esposta a Bologna e poi donata al sito di Cerveteri, Cineca realizzò un ologramma in scala reale che divenne parte di uno spettacolo in 3D mapping per la stessa mostra temporanea a Bologna. In sostanza, con lo stesso materiale di partenza si possono offrire differenti gradi di approfondimento e spunti di lettura, per un pubblico generico e per gli addetti al settore. L’importante, come detto, è che sviluppatori e curatori lavorino fianco a fianco».

AI e beni culturali: ci sono applicazioni pratiche dell’intelligenza artificiale nella valorizzazione del patrimonio?
Frequentemente si usa l’AI per aumentare la qualità delle immagini. I microfilm dei manoscritti antichi, per esempio, realizzati negli anni ’50 e ’60 non hanno una risoluzione sufficiente per essere trascritti automaticamente dai software, pertanto vengono migliorati in maniera generativa. Ci sono mille applicazioni dell’AI in questo senso, recentemente con Cineca abbiamo collaborato al documentario dedicato a Edoardo Bennato e andato in onda sulla Rai per migliorare la qualità di contenuti analogici più vecchi. Inoltre, l’AI è utile quando si fanno ricostruzioni 3D in computer grafica, per aggiungere delle texture o dei dettagli di materiale. Le superfici vengono generate dalla macchina in maniera realistica, senza partire da fotografie».

Che cosa ne pensa dell’arte creata con AI generativa?
«Penso che quello che conta realmente è l’intenzionalità dell’artista. Ovviamente non tutto ciò che viene fatto con AI è arte. Si tratta di un discrimine fondamentale, non conta la bellezza dell’immagine ma la riflessione alla base dell’immagine stessa».